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Collage editoriale generato con GPT Image 2.0 che rappresenta l'evoluzione storica della socialdemocrazia, da Friedrich Ebert e il riformismo europeo fino alla Terza Via, mediante una composizione ispirata a manifesti politici vintage, archivi storici e design propagandistico del XX secolo.
Collage editoriale generato con GPT Image 2.0 che rappresenta l'evoluzione storica della socialdemocrazia, da Friedrich Ebert e il riformismo europeo fino alla Terza Via, mediante una composizione ispirata a manifesti politici vintage, archivi storici e design propagandistico del XX secolo.
Indice

Teoria

Dalla socialdemocrazia alla Terza Via

La SPD tedesca, il Labour britannico, il Partito Socialista francese, il CHP turco: una stessa corrente, mille volti.

Di Mortadha Ghaliounji26 luglio 202629 min di lettura

Lettura approfondita

I secoli XVIII e XIX videro sbocciare una moltitudine di correnti politiche che hanno plasmato in modo duraturo la storia delle società moderne. Se molte di esse si sono spente col tempo, una si è al contrario affermata con un vigore particolare, fino a imporsi come una delle correnti più influenti d’Europa e, oltre, del mondo: la socialdemocrazia.

Le fondamenta della Socialdemocrazia

La genesi ideologica e la strutturazione partitica

Come indica il suo nome, la socialdemocrazia è una corrente politica le cui radici affondano nel socialismo, e più precisamente nel pensiero marxista. Se non esiste, propriamente, una prima esperienza istituzionalizzata della socialdemocrazia, si può considerare la Montagne del 1848 come una forma di proto-socialdemocrazia. Questo movimento politico, nato all’indomani della Seconda Rivoluzione francese, si definiva esso stesso come democratico-socialista. Tuttavia, a causa della sua organizzazione diffusa e dell’assenza di una strutturazione partitica, la Montagne rimane più una nebulosa politica che un vero partito. Ciò non toglie che abbia costituito una fonte di osservazione importante per Karl Marx e per diversi altri pensatori socialisti. In modo oggi più condiviso, gli storici delle idee politiche identificano la Sozialdemokratische Arbeiterpartei (SDAV) tedesca come il primo partito socialdemocratico strutturato, formazione che diventerà in seguito la base della SPD (Partito Socialdemocratico di Germania); è però essenziale notare che questa formazione è in parte erede del lassalliano, dottrina che poneva l’accento su un ruolo forte dello Stato per l’emancipazione sociale, moderando così l’approccio rivoluzionario marxista sin dalle origini.

La scelta della negoziazione e dell’azione istituzionale

Un punto in comune fondamentale tra la Montagne e la SDAV, già rilevato da Marx sin dal 1848 nella sua analisi degli eventi politici in Francia, risiede nella loro tendenza a tradurre le rivendicazioni rivoluzionarie del socialismo in rivendicazioni politiche concrete, suscettibili di essere portate all’interno dei quadri istituzionali delle democrazie liberali. Questo orientamento si conferma pienamente con la SDP, che privilegia l’ottenimento di concessioni sociali attraverso la negoziazione e la partecipazione politica, piuttosto che attraverso la via insurrezionale, senza tuttavia rinunciare al proprio obiettivo rivoluzionario.

Il modello organizzativo e le sue specificità nazionali

Nel corso del XIX secolo, altre formazioni politiche di ispirazione paragonabile alla socialdemocrazia tedesca appaiono progressivamente in Europa. Il Labour Party nel Regno Unito ne costituisce un esempio. Sorto da una coalizione di organizzazioni socialiste e sindacali, mira ad assicurare una rappresentanza politica del movimento operaio all’interno delle istituzioni parlamentari. Il caso britannico, così come quello tedesco, mette in evidenza un tratto quasi strutturale della socialdemocrazia: l’alleanza organica tra partiti politici e organizzazioni sindacali. Questo modello di articolazione tra movimento operaio e rappresentanza politica si osserva anche nei paesi scandinavi e in Austria-Ungheria. La Francia, tuttavia, si distingue da questo schema. La fondazione della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO) nel 1905 non si accompagna a un’unione duratura con il movimento sindacale. Al contrario, l’indipendenza della CGT è formalizzata già nel 1906 dalla Carta di Amiens, che consacra la separazione tra azione sindacale e azione politica. Questa specificità mostra che, anche se il binomio partito-sindacato costituisce un pilastro centrale del modello socialdemocratico europeo, le configurazioni nazionali rimangono variabili, a seconda delle culture politiche, delle tradizioni e dei contesti propri di ciascun paese.

Il tornante revisionista

La critica dottrinale di Eduard Bernstein

Parallelamente a questa evoluzione strutturale, alla fine del XIX secolo il movimento socialista entra in una fase di aggiornamento filosofico. Dopo la morte di Marx, poi quella di Engels, pensatori come Eduard Bernstein rimettono in discussione alcuni postulati fondamentali del marxismo classico. Constatando che le previsioni di Marx — in particolare il crollo ineluttabile del capitalismo — non si erano realizzate, e osservando al contrario un rafforzamento del sistema capitalista, sostenuto dall’industrializzazione e dall’espansione coloniale, conclude che la trasformazione sociale non passerà necessariamente attraverso l’insurrezione, ma attraverso la riforma progressiva per mezzo delle istituzioni democratiche.

Le implicazioni politiche e la crisi Millerand

Questo orientamento riformista si accompagna a un’evoluzione sociologica della corrente: alcuni pensatori socialdemocratici cessano di volere che i partiti siano semplici portavoce del proletariato e vogliono invece che diventino forze politiche transclassiste, cercando di rappresentare anche altre classi popolari. I dibattiti attorno a questa revisione del marxismo non si limitano al mondo germanico. In Francia, il caso Alexandre Millerand è piuttosto emblematico: socialista indipendente sotto la Terza Repubblica, Millerand accetta nel 1899 di entrare in un governo repubblicano moderato, a fianco del generale Galliffet, noto per aver partecipato alla sanguinosa repressione della Comune di Parigi.

Questa decisione provoca una grave crisi all’interno del movimento socialista: le correnti rivoluzionarie, guidate in particolare da Jules Guesde, vi vedono un tradimento della classe operaia, mentre Jean Jaurès difende Millerand in nome di un pragmatismo repubblicano. Secondo Jaurès, la salvaguardia della Repubblica democratica, minacciata dalla destra nazionalista, costituisce una condizione preliminare a ogni realizzazione del socialismo; occorre inoltre dire che Jaurès privilegia la riforma a scapito della rottura rivoluzionaria.

Gli stessi dibattiti di principio continueranno a porsi lungo tutto il secolo riguardo alle diverse vie da adottare. Ciò si osserva in particolare in Russia con il Partito operaio socialdemocratico di Russia, che si scinde tra bolscevichi e menscevichi, due correnti portatrici di visioni opposte: gli uni privilegiando un approccio rivoluzionario, gli altri un orientamento riformista. Più ampiamente, il pensiero di Bernstein sarà contestato sul piano dottrinale da numerosissime figure del movimento socialista.

Il grande scisma con i marxisti ortodossi

Il crollo della Seconda Internazionale

Nonostante la diversità delle sue componenti ideologiche, la Seconda Internazionale riesce, fino all’inizio del XX secolo, a mantenere una relativa coesione tra le diverse tendenze del socialismo e della socialdemocrazia. Questa organizzazione transnazionale offre un quadro di cooperazione e di coordinamento che permette ai partiti operai di conciliare i propri sforzi, contenendo al tempo stesso le loro divergenze dottrinali. La Prima guerra mondiale costituirà tuttavia una prova decisiva per questa unità e per la socialdemocrazia.

Nel 1914, la maggior parte dei partiti socialisti europei, compresi la SFIO in Francia e la SPD in Germania, sceglie di sostenere lo sforzo di guerra nazionale. In Francia questa adesione prende la forma dell’Union sacrée, mentre in Germania si esprime attraverso la Burgfriedenspolitik, una politica di tregua tra le principali forze politiche durante il conflitto. I dirigenti socialdemocratici giustificano questa partecipazione invocando la difesa della patria e delle istituzioni democratiche di fronte alla minaccia dell’autocrazia. Questa posizione provoca tuttavia una rottura ideologica maggiore. Le correnti rivoluzionarie denunciano un tradimento della causa proletaria a beneficio degli interessi borghesi e nazionalisti. Tra le critiche più virulente, Lenin sostiene che occorre auspicare la sconfitta del proprio paese al fine di precipitare la rivoluzione socialista internazionale. In Germania, questa linea radicale ispira la creazione della Lega spartachista, fondata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, che finisce per scindersi dalla SPD. Il divorzio tra socialdemocrazia e comunismo si cristallizza definitivamente a partire dal 1917, con la Rivoluzione bolscevica in Russia. Essa segna la vittoria della corrente rivoluzionaria e determina un’ondata di scissioni all’interno dei partiti operai europei. I partigiani di Lenin rifiutano ormai l’etichetta di «socialdemocratici», considerata «insudiciata e avvilita» dalla loro «collaborazione» con i governi borghesi, e adottano il termine di «comunisti». La guerra civile russa approfondisce ancora questa frattura. Lungi dall’opporsi soltanto alle forze dello zar dette «l’Armata bianca», il potere bolscevico deve affrontare anche movimenti socialisti, socialdemocratici, regionalisti o contadini, ostili al suo autoritarismo o alla sua centralizzazione.

Le conseguenze della rivoluzione tedesca e del congresso di Tours

Più ancora, la Novemberrevolution in Germania verrà anch’essa a sostenere questa scissione, poiché la Germania si ritrova nel 1918 in una situazione difficile sia sul piano internazionale sia su quello locale a causa della guerra, e il movimento spartachista si è ormai organizzato nel partito politico strutturato che è il Partito comunista di Germania (KPD). La rivoluzione, nonostante il suo fallimento, segnerà profondamente le due famiglie politiche, poiché il KPD vedrà nell’alleanza tra borghesia e SDP — per il tramite di Friedrich Ebert, allora capo del governo — una delle cause del fallimento della rivoluzione. Peggio ancora, i socialdemocratici saranno accusati di aver commissionato, tramite i Freikorps, l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Le scissioni tra socialisti e comunisti non si limitano al contesto tedesco o russo. La Francia conosce a sua volta una rottura decisiva all’interno del movimento operaio, benché essa si svolga in modo più pacifico e istituzionalizzato. Questa separazione avviene durante il Congresso di Tours, tenutosi nel dicembre 1920, evento fondatore della distinzione duratura tra socialisti e comunisti in Francia. In quell’occasione, la maggioranza dei delegati della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO) si pronuncia a favore dell’adesione alla Terza Internazionale. Questa adesione implica l’accettazione delle «21 condizioni» imposte da Lenin, tra le quali figurano la modifica del nome del partito, integrando il termine «comunista» nella sua denominazione, l’epurazione degli elementi riformisti e l’istituzione di una disciplina interna quasi militare ispirata al modello sovietico.

Una minoranza guidata da Léon Blum si oppone fermamente a queste esigenze, ritenendole incompatibili con i principi democratici del socialismo francese. Blum difende la continuità con la tradizione repubblicana e parlamentare della SFIO e considera che accettare le condizioni moscovite equivarrebbe a negare l’autonomia del movimento socialista francese a vantaggio di una subordinazione all’Internazionale comunista. Il disaccordo conduce a una scissione inevitabile, poiché le condizioni di adesione imposte da Mosca non possono applicarsi senza rottura organizzativa a causa dell’assenza di consenso. Così, al termine del Congresso di Tours, il movimento operaio francese si scinde in due formazioni distinte: da un lato la SFIO, che si rivendica come erede legittima del partito di Jaurès, di un socialismo democratico e parlamentare, dall’altro la Sezione francese dell’Internazionale comunista (SFIC), presto ribattezzata Partito comunista francese (PCF), che si presenta come il vero partito della classe operaia, allineato ai diktat di Mosca. Il PCF conserva nondimeno alcuni attributi simbolici della SFIO, in particolare il quotidiano L’Humanité, fondato da Jaurès, che diventa l’organo ufficiale di diffusione e di propaganda del nuovo partito.

Il consolidamento della socialdemocrazia

La distinzione tra socialdemocrazia e socialismo democratico

A partire dalla scissione del movimento comunista nel 1917, una nuova distinzione, dapprima semantica e poi ideologica, comincia a emergere all’interno del campo socialista. Essa mira sia a dissociarsi dal comunismo leninista, giudicato autoritario e centralizzatore, sia a segnare una certa distanza rispetto alla socialdemocrazia, che avvia progressivamente un avvicinamento con talune forze liberali, in particolare in reazione all’ascesa dei regimi fascisti negli anni Venti e Trenta.

Tuttavia, questa differenziazione interna non conduce immediatamente a una rottura netta tra i due rami del socialismo. Nonostante le loro divergenze strategiche, i partiti nati dalla tradizione socialdemocratica conservano ancora numerose affinità programmatiche, in particolare attorno alla difesa dei diritti sociali, al riformismo e al parlamentarismo. Per colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa della Seconda Internazionale, questi partiti creano nel 1923 l’Internazionale operaia socialista (IOS), concepita come alternativa socialista internazionale al Comintern comunista. L’IOS adotta una linea critica nei confronti di Mosca, denunciando a più riprese il carattere autoritario e imperiale dell’internazionalismo sovietico. Il periodo tra le due guerre è anche segnato dalla costituzione di fronti antifascisti. Di fronte alla minaccia dell’estrema destra, sorgono varie coalizioni, che raggruppano ora forze socialiste e liberali (come i Fronti popolari in Francia e in Spagna), ora alleanze più strette tra comunisti e socialisti, designate con il nome di fronti operai. Queste alleanze mirano soprattutto a frenare il progresso del fascismo o a preservare le istituzioni democratiche. Le esperienze governative nate da queste coalizioni conoscono tuttavia sorti diverse. In Francia e in Spagna, i Fronti popolari riescono a introdurre alcune importanti riforme sociali (settimana di 40 ore, congedi retribuiti, riconoscimento sindacale) senza tuttavia risolvere le crisi economiche strutturali né arginare durevolmente l’ascesa del totalitarismo. In altri paesi, come la Germania, la socialdemocrazia subisce una tragica sconfitta: la SPD è messa al bando nel 1933 dopo l’ascesa di Hitler al potere, segnando la fine di ogni opposizione socialdemocratica legale.

Al contrario, le esperienze scandinave si distinguono per il loro successo duraturo. In Svezia, i socialdemocratici ottengono ripetute vittorie elettorali sin dagli anni Venti e instaurano, in cooperazione con i sindacati e il padronato, un modello di compromesso sociale inedito. Questo sistema, fondato sulla contrattazione collettiva, sulla redistribuzione e sulla stabilità economica, prefigura la messa in opera di quello che più tardi verrà chiamato lo Stato sociale. Dinamiche simili si sviluppano in Norvegia e in Danimarca, dove i socialdemocratici riescono anch’essi a imporsi come forza di governo duratura e credibile. È in questi paesi che si osserva con maggiore chiarezza la divergenza crescente tra socialismo democratico e socialdemocrazia: il primo conserva un’ambizione di trasformazione sociale fondata sul socialismo e sulla pianificazione democratica, mentre la seconda si orienta verso un’economia mista regolata, che concilia mercato, giustizia sociale e democrazia parlamentare.

L’adozione del paradigma keynesiano

Gli anni Trenta sono profondamente segnati dalla Grande Depressione, i cui effetti economici e sociali destabilizzano l’insieme delle democrazie liberali. Di fronte al crollo della produzione, all’esplosione della disoccupazione e alla contrazione della domanda, le risposte politiche restano largamente insufficienti. In Europa, le coalizioni di sinistra falliscono spesso nel proporre un’alternativa coerente, per mancanza di un proprio modello di regolazione dell’economia capitalista, mentre i governi conservatori e liberali persistono in politiche di non-intervento e di laissez-faire, aggravando la crisi. L’esempio degli Stati Uniti sotto Herbert Hoover è emblematico di questa impasse, poiché la fede nell’autoregolazione dei mercati porta a un aggravarsi senza precedenti del marasma economico.

È in questo contesto che emerge il pensiero di John Maynard Keynes, economista britannico. Keynes sostiene che i mercati non tendono naturalmente all’equilibrio e che, nei periodi di crisi, solo lo Stato è in grado di stimolare la domanda aggregata attraverso la spesa pubblica e la politica monetaria. Questi principi ispirano, almeno in parte, il New Deal messo in atto negli Stati Uniti dal presidente Franklin Delano Roosevelt, che segna l’ingresso dello Stato come attore centrale della regolazione economica. Occorre tuttavia ricordare che, malgrado il suo interventismo, Roosevelt rimane un liberale riformatore e non un socialista, mentre Keynes stesso si definisce come un liberale progressista. Le idee keynesiane esercitano nondimeno un’influenza considerevole sulla socialdemocrazia europea, in particolare nei paesi scandinavi precedentemente evocati. In Svezia, Norvegia e Danimarca, i governi socialdemocratici si ispirano a questa nuova scuola per costruire economie miste che conciliano crescita, redistribuzione e piena occupazione. Questi paesi inaugurano così un modello socialdemocratico nordico fondato sulla contrattazione tra sindacati e padronato, sull’investimento pubblico e sulla sicurezza sociale universale. Dopo il 1945, questo modello diventa un riferimento per la maggior parte dei partiti socialdemocratici europei. La SPD tedesca, a lungo segnata da una tradizione marxista almeno in teoria, opera una revisione dottrinale maggiore con il Programma di Bad Godesberg adottato nel 1959; questo testo sancisce l’abbandono del marxismo e della lotta di classe come motore della storia, a favore di una visione riformista e transclassista. La SPD riconosce la proprietà privata, l’economia di mercato e il libero scambio come principi legittimi, rivendicando al tempo stesso un ruolo attivo dello Stato per correggere le disuguaglianze e garantire la giustizia sociale. Il partito si trasforma così da partito operaio in un Volkspartei, cioè un partito del popolo, aperto all’insieme delle classi sociali.

Evoluzioni simili si osservano, in diversa misura, in altri paesi dell’Europa occidentale. I partiti socialdemocratici partecipano a numerosi governi di unità nazionale durante o immediatamente dopo la guerra, e si impongono spesso come forze centrali di coalizione, che si tratti della Francia sotto la Quarta Repubblica, del Regno Unito con il Labour Party, o dei paesi scandinavi. L’insieme di queste politiche, fondate sul keynesianesimo, sulla ricostruzione economica, sull’innovazione tecnologica, su una relativa stabilità geopolitica e su varie altre ragioni, apre un periodo di prosperità e di pace sociale inediti. Questa fase, che si estende approssimativamente dal 1945 al 1975, è spesso designata con il nome dei Trente Glorieuses.

Verso l’avvento della Terza Via

La crisi del keynesianesimo

Dopo i Trente Glorieuses, le politiche keynesiane cessarono progressivamente di produrre gli effetti attesi. Confrontate con la stagflazione (paradossale combinazione di alta inflazione e crescita atona), furono accusate di alimentare spirali inflazionistiche incontrollate. Questo contesto segnò la fine del periodo keynesiano che aveva dominato il dopoguerra e aprì la strada, sin dall’inizio degli anni Ottanta, a una profonda ricomposizione ideologica. Una nuova corrente, retrospettivamente qualificata come neoliberale o neoconservatrice, emerse allora attorno a figure come Margaret Thatcher nel Regno Unito o Ronald Reagan negli Stati Uniti. Senza rivendicarsi esplicitamente sotto questa etichetta, questi dirigenti incarnarono un ritorno a un’economia di mercato meno regolata, fondata sulla deregolamentazione, sulla privatizzazione e sulla riduzione del ruolo dello Stato nella sfera economica, senza tuttavia riallacciarsi integralmente al liberalismo classico, percepito come uno dei fattori del crollo del 1929.

Nello stesso tempo, gli anni Ottanta furono segnati dal ripiegamento del movimento comunista, avviato dalle difficoltà economiche e politiche del blocco sovietico, poi accelerato dal crollo dell’URSS alla fine del decennio. Questa ricomposizione del campo ideologico mondiale sancì la vittoria del modello «capitalista», ormai percepito come l’unica via legittima di organizzazione economica e politica. Di fronte a questa egemonia, i partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale si trovarono costretti a ridefinire il proprio posizionamento. Per preservare la loro credibilità elettorale e il loro ruolo di alternativa alle destre conservatrici, intrapresero un’adattamento dottrinale profondo, in particolare attraverso l’accettazione crescente dell’economia di mercato, l’integrazione delle logiche della competitività e la promozione di nuove forme di regolamentazione «flessibili» in luogo dell’interventismo keynesiano classico.

La «Terza Via»

A partire dalla fine del XX secolo, numerosi partiti socialdemocratici si sono progressivamente accostati a quella che è stata chiamata la «Terza Via». Questa corrente, che cerca di superare le tradizionali contrapposizioni tra sinistra e destra, si presenta come una sintesi pragmatica tra efficienza economica e giustizia sociale. Secondo i suoi sostenitori, non si tratta più di difendere un’ideologia fissa, bensì di identificare «ciò che funziona». Come dichiarava Tony Blair, l’obiettivo non era più scegliere tra uguaglianza e mercato, tra due offerte estreme e ideologiche, ma articolare le due in una logica di risultati piuttosto che di dogma. Questo riposizionamento segna il compimento del processo avviato dalla socialdemocrazia sin dal Programma di Bad Godesberg: il partito operaio è divenuto un partito del popolo, capace di attirare un elettorato ormai trasversale, che include le classi medie, le classi più istruite, urbane, femminilizzate e persino una parte del centro-destra. In questa prospettiva, i partiti laburisti e socialdemocratici si sono trasformati in formazioni (quasi) pigliatutto, cercando di coniugare giustizia sociale e responsabilità economica.

Questo movimento non si è limitato all’Europa. Negli Stati Uniti, anche il Partito democratico sotto la presidenza di Bill Clinton ha incarnato una forma di Terza Via attraverso la promozione del «New Democrat», che combinava disciplina di bilancio, apertura commerciale e politiche sociali mirate. La Terza Via ha dunque favorito un avvicinamento transatlantico, materializzando una convergenza ideologica tra le sinistre di governo occidentali, senza che per questo esse accettassero nella loro totalità l’etichetta di «socialdemocratici». Analogamente, si osserva non solo una trasformazione delle dottrine economiche e politiche a scala nazionale, ma anche un riposizionamento sul piano internazionale, segnato da un avvicinamento tra i diversi movimenti che aderiscono ai principi democratici in generale. Questi partiti sono progressivamente convergiti con i loro omologhi europei e americani, condividendo un approccio più pragmatico e globalizzato del governare. Così, benché George W. Bush resti una figura rappresentativa del conservatorismo americano, Tony Blair non ha esitato a sostenere il suo intervento in Iraq. Nello stesso spirito, si nota la crescente accettazione dei trattati europei, compresi quelli che restringono i margini di azione keynesiani. Sul piano interno, queste ricomposizioni ideologiche hanno alimentato una riflessione profonda sulla natura della socialdemocrazia contemporanea: si tratta ancora di partiti socialdemocratici nel senso tradizionale del termine, o piuttosto di una forma di socialliberalismo, ideologia che cerca di conciliare i principi del liberalismo economico (mercato, concorrenza, responsabilità individuale) con una regolamentazione statale volta a garantire la coesione sociale e l’uguaglianza delle opportunità? Essa non predica la collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma un intervento dello Stato per correggere le disfunzioni del mercato e preservare la giustizia sociale.

Questo dibattito non ha trovato una risposta chiara, a causa dell’esistenza di fazioni concorrenti all’interno degli stessi partiti socialdemocratici, ma anche del rifiuto, in numerosi dirigenti, di rinunciare all’etichetta storica della loro formazione, simbolo al tempo stesso di un’eredità politica e di una legittimità elettorale. Alcuni elementi permettono tuttavia di intravedere risposte implicite: quando il ministro dell’Economia di François Hollande, Emmanuel Macron, lascia il Partito socialista per fondare un movimento socialliberale che si rivendica «al di sopra dei clivaggi», si porta con sé varie figure di rilievo del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, ministri di Stato e quadri influenti. Questo episodio tende a confermare che, da diversi decenni, correnti socialliberali preesistevano già all’interno delle formazioni socialdemocratiche.

Della socialdemocrazia contemporanea

Della crisi della rappresentanza

A partire dagli anni Duemila, i partiti socialdemocratici conoscono un certo offuscamento ideologico. La coesistenza tra le sensibilità più riformiste — persino socialliberali — e le correnti socialiste democratiche diventa sempre più difficile, in particolare a causa della perdita di punti di riferimento chiari e delle alleanze con partiti liberali. Questa situazione favorisce l’emergere di molteplici scissioni all’interno dei partiti socialdemocratici storici, dando origine a nuove formazioni che rivendicano un socialismo più marcato, talvolta qualificate come ecosocialiste, socialiste democratiche o addirittura anticapitaliste. Queste scissioni segnano il ritorno di una sinistra che cerca di riannodare con una visione più radicale e più critica del capitalismo, in opposizione alla moderazione assunta della socialdemocrazia.

Ancora più interessante, si assiste simultaneamente a un avvicinamento progressivo tra queste nuove correnti e i partiti comunisti, essi stessi impegnati, sin dagli anni Ottanta, in una profonda revisione. Questi ultimi, indeboliti dalla caduta del blocco sovietico e dal disaffetto popolare, hanno cercato di reinventarsi adottando un discorso più democratico e una postura più moderata, rendendo possibili nuove alleanze elettorali e ideologiche in seno alla sinistra europea. È il caso della Germania, con il partito Die Linke (La Sinistra), nato dalla fusione tra la PDS (erede del partito dirigente dell’ex RDT) e dissidenti della SPD. Rivendicandosi del socialismo democratico, Die Linke si è imposto come alternativa credibile a sinistra della SPD, attirando sia elettori delusi dalla «deriva liberale» del partito socialdemocratico sia militanti provenienti dalla cultura comunista. Un processo comparabile si osserva in Francia, dove Jean-Luc Mélenchon, dopo la sconfitta della sua corrente al Congresso di Reims del Partito socialista, lascia il PS per fondare il Parti de Gauche (che diverrà più tardi il nucleo di La France insoumise), il quale si alleerà sin dalla sua creazione con il Partito comunista francese in seno al Front de Gauche, attorno a un programma ispirato al socialismo democratico, al repubblicanesimo sociale e all’ecologismo. Nello stesso tempo, la maggior parte delle esperienze governative dei partiti socialdemocratici è stata oggetto di crescenti critiche. Dagli anni Duemiladieci, queste formazioni conoscono una significativa erosione elettorale, aggravata dalle loro divisioni interne e dall’ascesa di alternative sia alla loro sinistra sia alla loro destra. In Francia, il Partito socialista conosce una disfatta storica alle elezioni presidenziali del 2017. Nel Regno Unito, né l’ala sinistra né l’ala destra del Labour Party riescono a riportare il partito al potere per più di un decennio. Eppure, sin dalla vittoria del 2024, si osserva l’emergere di movimenti più radicali, come lo Your Party di Jeremy Corbyn, così come l’avanzata del Green Party nei sondaggi, in contrasto con un Labour Party molto impopolare: segni di una frammentazione del campo politico a sinistra in un paese pure percepito come bipartitico.

In Germania, dopo sedici anni di grande coalizione con la CDU, la SPD ritrova brevemente la cancelleria prima di subire, meno di quattro anni dopo, una battuta d’arresto storica, realizzando il peggior risultato dal 1933, mentre Die Linke migliora leggermente i suoi risultati. Non tutte le traiettorie sono tuttavia comparabili. In Spagna, Pedro Sánchez riesce a mantenersi al potere da più di sette anni, nonostante una popolarità fluttuante, ottenendo al tempo stesso indicatori economici giudicati globalmente positivi. In Australia, così come in vari paesi scandinavi, i socialdemocratici conservano un solido influsso elettorale e una capacità di governo durevole. In Francia, i recenti sondaggi così come le elezioni europee mostrano perfino una relativa rimonta del Partito socialista. Infine, una sfida maggiore permane: la frattura tra le direzioni nazionali, i militanti e i simpatizzanti. In numerosi partiti, la base militante manifesta una sensibilità più radicale, più socialista, talvolta perfino più populista, in dissonanza con i calcoli strategici dell’apparato dirigente; il voto di sfiducia del governo Lecornu II ne è un esempio piuttosto chiaro: secondo un sondaggio Elabe, il 68 % dei simpatizzanti socialisti vi si opponeva, mentre i Giovani Socialisti e diverse federazioni regionali esigevano apertamente un voto di sfiducia. Nonostante la posizione prudente adottata dai deputati e dal segretariato nazionale, questa divergenza è stata sfruttata da La France insoumise, che ha tentato di attirare (senza grande successo) i quadri socialisti più a sinistra e di incoraggiare una nuova scissione all’interno del PS.

Della socialdemocrazia internazionale

Se lungo tutto questo articolo abbiamo affrontato la socialdemocrazia essenzialmente attraverso l’esperienza europea e, più ampiamente, occidentale, occorre ora allargare il nostro campo di visione. Questa corrente ha infatti esercitato un’influenza considerevole sulle ideologie e sui sistemi partitici in altre regioni del mondo: in Africa, in Asia, in America Latina o anche in seno all’Oriente politico.

In America Latina, le correnti della socialdemocrazia rivestono forme particolarmente interessanti. Alcuni partiti si sono costituiti sin dalla loro fondazione come socialdemocratici, sull’esempio del National Liberation Party in Costa Rica. Altri invece, come il Partito dei Lavoratori (PT) in Brasile, il Partito socialista del Cile o ancora il Partito rivoluzionario istituzionale (PRI) in Messico, provengono da tradizioni più ortodosse, talvolta perfino di ispirazione comunista, prima di evolvere, a seconda dei contesti nazionali, verso forme di socialdemocrazia, addirittura di socialliberalismo sotto l’influenza della terza via: un processo simile a quello osservato in Europa. Un altro tratto distintivo risiede nella forte impronta del populismo in seno a questi partiti pur qualificati come democratici. Questa particolarità si spiega in gran parte con l’influenza storica del peronismo, dottrina nata dal movimento fondato da Juan Domingo Perón in Argentina, che mescola nazionalismo, giustizia sociale e culto della leadership carismatica. In vari paesi dell’America Latina, questo modello ha contribuito a normalizzare l’articolazione tra discorso sociale e retorica nazionalista, un elemento assunto in modo assai più aperto che in Europa, dove la sinistra preferisce generalmente rivendicarsi del «patriottismo» piuttosto che del «nazionalismo». Somiglianze interessanti possono anche essere osservate altrove, in particolare in India. Il Congresso nazionale indiano (CNI), pur essendo dapprima un partito pigliatutto nato dalla lotta per l’indipendenza, ha progressivamente conosciuto un processo di socializzazione politica, in particolare sotto l’impulso di Jawaharlal Nehru. La Risoluzione di Avadi (1955) ne segna la formalizzazione del processo, mentre un emendamento costituzionale consacra più tardi l’India come una nazione sovrana, socialista e laica. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, il partito opera anch’esso una svolta più liberale, seguendo una traiettoria comparabile a quella dei socialdemocratici europei.

Un altro caso altrettanto rivelatore è quello del Partito repubblicano del popolo (CHP) in Turchia. Inizialmente concepito come apparato partitico di Mustafa Kemal Atatürk, il CHP poggia sulle sei frecce del kemalismo: repubblicanesimo, populismo, statalismo, riformismo, nazionalismo e laicismo. Nato nel quadro di un sistema a partito unico, esso non rifiutava per questo l’ideale democratico: Atatürk vedeva la democrazia come un obiettivo da raggiungere una volta modernizzata la società turca. A lungo percepito come un partito nazionalista o riformista in opposizione all’islamismo e all’ottomanesimo, il CHP intraprende a partire dagli anni Sessanta una trasformazione ideologica: con la democratizzazione della Turchia, si ridefinisce progressivamente come un partito socialdemocratico di centrosinistra. Il congresso del 1973 formalizza questo orientamento, senza tuttavia rinnegare l’eredità nazionalista del kemalismo. Questa linea sarà in seguito consolidata, in particolare di fronte ai colpi di Stato militari e, più recentemente, all’ascesa di Erdoğan. In Tunisia, il modello politico del Destour presenta alcune similitudini sia con quello della Turchia sia con quello dell’India. Il Destour non è stato fondato come un partito socialista, ma piuttosto come un partito pigliatutto, prevalentemente anticolonialista e profondamente ispirato dalla corrente della rinascita politica araba, la Nahda. Riuniva nel suo seno tendenze religiose — al tempo stesso conservatrici e moderniste — ma anche correnti dalle tendenze più socializzanti. Uno dei suoi fondatori, Abdelaziz Thâalbi, testimonia abbastanza bene questa diversità intellettuale attraverso la sua opera Lo spirito liberale del Corano, che proponeva una lettura riformista e razionalista dell’islam. La creazione del Neo-Destour da parte di Habib Bourguiba segna il tentativo di creare un partito più strutturato con un’ideologia più chiara, senza tuttavia trasformare il movimento in un partito pienamente socialista o repubblicano. Bourguiba, fortemente influenzato dalla sinistra francese durante i suoi studi, cercherà di modernizzare la Tunisia conservando al tempo stesso una dimensione pragmatica e nazionalista — cosa che può nettamente ricordare, in qualche misura, il modernismo di Atatürk.

Questo orientamento si concretizza con l’abolizione della monarchia, la separazione tra le istituzioni religiose e politiche, così come con la fondazione, nel 1964, del Partito socialista destouriano (PSD), successore del Neo-Destour. Sotto l’impulso di Ahmed Ben Salah, allora «superministro», viene elaborato un modello originale di socialismo destouriano: esso si vuole pragmatico, riconosce la proprietà privata, rigetta la lotta di classe e il materialismo storico, ammettendo al tempo stesso l’islam come fonte di moralità e di coesione sociale. Questo progetto mirava allo stesso tempo a neutralizzare la minaccia comunista, ad ancorarsi al movimento socialista panarabo (benché nella sostanza molto diverso dal nasserismo o dal Baʿth) e ad adattare il socialismo alle specificità tunisine per permettere uno sviluppo rapido. Se molti punti di convergenza con la socialdemocrazia europea possono essere rilevati — rigetto del dogmatismo marxista, valorizzazione del compromesso, attaccamento alla pianificazione nel quadro nazionale —, la Tunisia di quell’epoca non può tuttavia essere qualificata come democrazia, né il PSD come un vero partito socialdemocratico, tanto il sistema politico restava autoritario e monopartitico. La fine degli anni Sessanta segna una svolta importante: il fallimento del modello socialista, la sconfitta del nazionalismo socialista arabo dopo la Guerra dei Sei Giorni, così come l’ascesa delle correnti comuniste e maoiste nelle università portano alla caduta di Ahmed Ben Salah e a una liberalizzazione economica progressiva. Sin dagli anni Settanta, la Tunisia si orienta verso un modello ibrido, che combina apertura economica e mantenimento di uno Stato forte: un’evoluzione che ricorda, sotto molti aspetti, la logica della socialdemocrazia.

La trasformazione si istituzionalizza nel 1988, quando, in seguito alla deposizione di Bourguiba, il primo ministro Zine El-Abidine Ben Ali fonda il Raggruppamento costituzionale democratico (RCD), successore del PSD. Ben Ali promette allora una transizione democratica e riesce persino a far aderire l’RCD all’Internazionale socialista (successore dell’Internazionale operaia socialista dopo la Seconda guerra mondiale), organizzazione che riunisce i partiti socialdemocratici e socialisti democratici del mondo intero. Tuttavia, questa apertura si rivelerà in gran parte fittizia: la democratizzazione annunciata non si concretizzerà mai, e la Tunisia resterà un regime autoritario. Negli anni Duemila, l’RCD adotta parzialmente i principi della «terza via», conciliando liberalizzazione economica e retorica sociale, dando così origine a una socialdemocrazia di facciata, più strumentalizzata nelle relazioni internazionali e nel discorso che realmente attuata. La rivoluzione tunisina del 2011, seguita dall’esclusione dell’RCD dall’Internazionale socialista, segna un momento significativo per la politica tunisina. Questo evento rivela l’esistenza di una nebulosa socialdemocratica che, sebbene spesso marginalizzata sotto i regimi destouriani, si era progressivamente costituita sin dalla fine del XX secolo. Il Partito comunista tunisino (PCT), divenuto dapprima Ettajdid e poi Al Massar, è un esempio di questo processo di trasformazione ideologica. Nato da un marxismo ortodosso allineato a Mosca, si è riformato nel corso dei decenni fino a divenire un partito socialdemocratico, giocando un ruolo di formatore per gran parte dei quadri del centrosinistra tunisino. Altre formazioni provenienti da traiettorie distinte adottano anch’esse un orientamento socialdemocratico. Il Congresso per la Repubblica (CPR), fondato da Moncef Marzouki nel 2001, che accederà alla presidenza della Repubblica nel 2011, voleva incarnare una versione più umanista di questa tendenza. Il Movimento dei Democratici Socialisti (MDS), fondato negli anni Settanta, si alleerà a sua volta con Al Massar nella speranza di consolidare una forza di centrosinistra unificata.

Il Partito democratico progressista (PDP), a lungo la principale formazione di opposizione legale sotto Ben Ali, si fonderà con altre correnti per dare origine al Partito Al Joumhouri, che adotta una linea intermedia tra socialdemocrazia e socialliberalismo. Quest’ultimo parteciperà brevemente a trattative in vista di una fusione con Al Massar all’interno del progetto Al Qotb, prima che queste si interrompessero di fronte all’apertura di colloqui tra Al Joumhouri e il partito liberale Afek Tounes. Sarà infine il Forum democratico per il lavoro e le libertà (FDTL), più noto sotto il nome di Ettakatol, a ottenere l’adesione ufficiale all’Internazionale socialista. Nonostante ciò, la socialdemocrazia tunisina sarà caratterizzata da una ricomposizione quasi permanente, oscillante tra alleanze e scissioni, e tra avvicinamento alle correnti destouriane liberali — in particolare a Nidaa Tounes, il cui programma presenta vari elementi socialdemocratici, o ancora ad Al Amal — e il mantenimento di una identità propria. Un altro tratto marcante risiede nella relativa marginalizzazione di questa sinistra socialdemocratica in seno alla sinistra araba. In Tunisia, questi partiti si sono spesso tenuti a distanza dai movimenti socialisti o nazionalisti più radicali, la cui cultura politica era giudicata talora troppo liberale. Le sole eccezioni notevoli riguardano il Partito socialista e il Partito dei Lavoratori, le cui sensibilità democratiche hanno talvolta permesso convergenze puntuali. La Corrente popolare (Ettayar Chaabi), nata da una scissione del CPR e di Al Joumhouri, ha peraltro giocato un ruolo singolare cercando di stabilire ponti con formazioni come Echaab o Ettakatol, in particolare sotto il governo Fakhfakh, grazie a un discorso populista. Infine, un punto essenziale merita di essere sottolineato: la capacità pressoché costante dei partiti socialdemocratici tunisini di cooperare con Ennahdha, sia in coalizioni governative sia parlamentari, cosa più rara nei movimenti del Fronte popolare. Analogamente osserviamo una liberalizzazione crescente a ogni esperienza al potere, che sembra indicare che questa evoluzione discende innanzitutto da un pragmatismo politico, e non da un tradimento ideologico.

Conclusione

Per concludere, abbiamo potuto constatare che la socialdemocrazia, tanto nei contesti europei quanto in quelli internazionali, è un concetto dai molteplici significati, la cui interpretazione evolve a seconda delle epoche e dei contesti nazionali. Sebbene sia possibile identificare alcuni tratti comuni alla maggior parte delle organizzazioni che vi si richiamano — attaccamento alla democrazia rappresentativa, allo Stato sociale e a un’economia regolata —, rimane difficile affermare l’esistenza di un modello unico di socialdemocrazia. Al contrario, sembra più giusto parlare di uno spettro socialdemocratico, attraversato da una pluralità di esperienze, sensibilità e traiettorie storiche. All’interno di questo stesso spettro, le lotte interne e le divergenze dottrinali sono state spesso marcate, opponendo partiti e correnti pur nati da una medesima famiglia politica. Espresso in modo eloquente dalla scissione dell’Alleanza progressista nel 2013, nel contesto delle primavere arabe, in seno all’Internazionale socialista. Questa uscita traduceva al tempo stesso una volontà di rompere con il qualificativo «socialista» giudicato troppo restrittivo o connotato, a favore di un termine più inclusivo, quello di «progressista», ma anche una presa di distanza ideologica nei confronti di alcuni partiti autoritari che continuavano a rivendicarsi della socialdemocrazia ed erano rappresentati in seno all’Internazionale socialista. Così, la socialdemocrazia contemporanea appare dunque meno come un blocco omogeneo che come una famiglia politica in perenne ridefinizione, tirata tra eredità storica, vincoli elettorali e adattamento alle trasformazioni del mondo globalizzato.

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